CRISI ECONOMICA.

OLTRE 3 MILIONI DI FAMIGLIE IN DIFFICOLTA’ PER MUTUO VARIABILE. AUMENTANO PIGNORAMENTI IMMOBILI

Messaggio della Madonna  del 22/02/2009

Cari figli, vi saranno sette anni di crisi economica in tutto il mondo. In questi sette anni di afflizione vi sarà una grande lotta per la sopravvivenza. Miei cari figli prediletti, non temete, pregate tutti i giorni il Santo Rosario partecipando alla Santa Messa quotidiana perché solo in questo modo supererete questo difficile momento. Trascorsi questi sette anni vi sarà una lenta ripresa economica che vi accompagnerà verso una nuova era. Vi benedico tutti. Poi mi fu rivolta la parola dal Signore

Lamentazioni 1,8-12

8Gerusalemme ha peccato gravemente, per questo è divenuta un panno immondo; quanti la onoravano la disprezzano, perché hanno visto la sua nudità; anch'essa sospira e si volge indietro.
9La sua sozzura è nei lembi della sua veste, non pensava alla sua fine; essa è caduta in modo sorprendente e ora nessuno la consola. "Guarda, Signore, la mia miseria, perché il nemico ne trionfa".
10L'avversario ha steso la mano su tutte le sue cose più preziose; essa infatti ha visto i pagani penetrare nel suo santuario, coloro ai quali avevi proibito di entrare nella tua assemblea.
11Tutto il suo popolo sospira in cerca di pane; danno gli oggetti più preziosi in cambio di cibo, per sostenersi in vita. "Osserva, Signore, e considera come sono disprezzata!
12Voi tutti che passate per la via, considerate e osservate se c'è un dolore simile al mio dolore, al dolore che ora mi tormenta, e con cui il Signore mi ha punito nel giorno della sua ira ardente.

Crisi economica 2009-2010 in Italia ma anche in Germania. Recessione e licenziamenti per 2 anni

E’ stato definito un biennio di recessione quello che l’Italia vivrà fino alle soglie del 2010. Secondo Confindustria, il Pil diminuirà dello 0,5% quest'anno e dell'1,3% nel 2009. La ripresa comincerà a farsi vedere solo alla fine dell'anno prossimo segnando poi nel 2010 un +0,7 per cento e ciò che sarà maggiormente colpito sarà il mercato del lavoro.

Per la prima volta dal 1994, nel 2009, la variazione annua dei posti di lavoro sarà negativa dell'1,4% e ciò inciderà sul reddito e i consumi delle famiglie. Un parziale recupero è atteso nel 2010 (+0,8%), soprattutto nella seconda metà dell'anno. Un parziale rientro sarà previsto, sempre solo nel 2010, anche per quanto riguarda l’indebitamento. Nel 2009, nel frattempo, l'indebitamento netto sarà pari al 3,3% del Prodotto interno lordo dopo il 2,6% del 2008.

Ma non finisce qui perché il Centro studi di Confindustria rilancia l'allarme credit crunch: nell'ottobre 2008 l'ammontare erogato resta in aumento, ma ha rallentato all'8,4% annuo, oltre sei punti di crescita in meno. E la situazione è destinata a peggiorare nel 2009. Il che non fa prevedere nulla di buono perché sarebbero a rischio non solo gli investimenti nelle imprese ma la sopravvivenza stessa delle imprese. La condizione di recessione non è però il solo evento italiano.

Anche la Germania soffre: è in recessione dal secondo trimestre del 2008 e si prepara ad affrontare due anni di crescita negativa. Ad annunciarlo è l'istituto di ricerca economica Ifo. Il biennio della recessione, nel 2009 crescita negativa con Pil a -2,2%, nel 2010 Pil a -0,2%. Inflazione in calo, si passera' da +2,6% del 2008 a +0,9% nel 2009 e +1,4% nel 2010. La disoccupazione salira' dal 7,5% del 2008 al 9,2% del 2010.

La crisi finanziaria dell' Asia si propagherà all'Europa?

Prof. Dr. Nikolaus K.A. Läufer, Università di Costanza

Trad. dall'inglese dal Dott. Alberto Giacomin, Università di Venezia

Giugno 1998

1. Le spiegazioni correnti della crisi finanziaria asiatica

Circolano attualmente differenti spiegazioni della crisi finanziaria in Asia. Ad un attento esame, tuttavia, esse sembrano rappresentare il punto di vista - o addirittura la visione del mondo - dell'interprete piú che la conclusione di una analisi razionale.

Ció che intendo con "punto di vista" puó essere chiarito mediante la battuta di un consulente finanziario: "Non sono capace di pensare a qualcosa se non in termini di borsa." In questo contesto un tramonto disturbato dalle nuvole diventa facilmente la causa di un aumento del valore delle azioni dell'industria energetica. Dopo tutto, la gente potrebbe essere indotta ad accendere il riscaldamento prima del previsto.

Nella visione dei banchieri l'Asia è diventata un cumulo di debiti inesiguibili che deve essere rimosso se si vuole superare l'attuale crisi finanziaria. La loro opinione è che i crediti sono stati concessi in modo disinvolto per non dire spericolato. Il difetto di questa interpretazione è che confonde gli effetti con le cause e non tiene conto della circonstanza che la qualità dei crediti bancari non è una variabile determinata esogenamente che rimane costante nel tempo e che si rivela nel corso della negoziazione del credito, ma al contrario è una variabile endogena il cui valore dipende dall'andamento generale del'economia (ciclo e crescita) e dalle politiche economiche sia nazionali che internazionali.

Ci sono poi gli economisti di professione, i quali si chiedono se la crisi asiatica non sia la conseguenza di una liberalizzazione prematura dei movimenti di capitale nei paesi attualmente in difficoltà. Tra questi vanno annoverati anche coloro i quali criticano le politiche economiche che mirano a salvaguardare gli interessi del mondo finanziario e cioè del 5% della popolazione a scapito di quelli del restante 95%.

Un'altra spiegazione è quella fornita dai seguaci della Realpolitik, i quali interpretano la crisi asiatica come il risultato del ricorrente tentativo degli USA di imporre la propria egemonia sul mondo. Ai loro occhi il FMI - oggi pilotato da economisti americani duri e puri come M. Mussa dell'Università di Chicago e S. Fischer del MIT - è stato indotto (scientemente) a prescrivere all'Asia la cura sbagliata. Invece di bloccare il ritiro dei prestiti esteri alle banche asiatiche mediante misure tese a ricreare la fiducia del mercato, il FMI ha applicato la terapia dell'austerità, di solito usata per i Governi sovraindebitati e propensi all'inflazione, anche a paesi in cui l'inflazione era contenuta e il bilancio pubblico prossimo al pareggio. Obiettivo dell'intervento: aggravare la crisi e fornire una ulteriore spinta alla penetrazione del capitale americano nei mercati asiatici.

In effetti, è difficile pensare che gli economisti del FMI abbiano semplicemente tirato fuori dal cassetto la relazione sbagliata. Che una cura utile per il Sud-America o per la Russia non sia adatta ai paesi asiatici dovrebbe essere stato chiaro fin dall'inizio ad un esercito di specialisti ben pagati.

Tra le spiegazioni che si ispirano alla Realpolitik possiamo mettere anche l'idea di Marcello De Cecco, largamente condivisa in Italia e che possiamo pertanto etichettare come machiavellico, secondo cui gli USA cercano di indebolire il loro nemico, il Giappone, sostenendo la Cina allo stesso modo in cui la Gran Bretagna nel secolo scorso, dopo le guerre napoleoniche, favorí lo sviluppo della Germania contro la Francia in omaggio ad un calcolo che risultò corretto nel 1870, ma si rivelò errato nel 1914.Secondo queste interpretazioni la crisi asiatica è un marchingegno per piegare il Giappone.

2. Le vere ragioni della crisi asiatica

Chi scrive è spinto dalla propria deformazione professionale a saggiare la coerenza logica dei sistemi di pensiero e delle regole istituzionali. In base a questo approccio, si può mostrare che la crisi asiatica è il risultato di un difetto dei sistemi monetari dei paesi asiatici nei loro rapporti con l'estero.

Il difetto è, a sua volta, la conseguenza dell' incompatibilità fra tre componenti fondamentali del sistema monetario internazionale di alcuni paesi asiatici: 1. libertà di movimento dei capitali; 2. cambi fissi o non fluttuanti; 3. politica monetaria nazionale indipendente. In presenza di una elevatissima mobilità internazionale dei capitali questi tre elementi rendono un sistema monetario internazionale incoerente e quindi ingestibile.

Le esperienze storiche a sostegno di questa conclusione sono rappresentate dal crollo del sistema di Bretton Woods nel 1972 e da quello dello SME nel 1993.

A questo punto, possiamo richiamare l'ipotesi, avanzata in precedenza, che vi sia stata una liberalizzazione prematura dei movimenti di capitale nei paesi asiatici oggi in difficoltà. I movimenti di capitale non dovevano essere liberalizzati prima che il cambio diventasse flessibile (fluttuante). In aggiunta all'introduzione di cambi fluttuanti, si sarebbero dovuti istituire mercati per la gestione dei rischi di cambio. Di fatto, la libertà di movimento dei capitali puó essere un fattore di incertezza per il tasso di cambio, la cui gestione richiede l'introduzione di istituzioni appropriate prima che il settore non bancario dell'economia sia esposto alla libera circolazione dei capitali.

I paesi asiatici devono abbandonare l'illusione che sia possibile far convivere elementi tra loro incompatibili in un sistema monetario internazionale. Va precisato che questa incompatibilità non è la conseguenza della recente globalizzazione dell'economia mondiale. (Inoltre l'istituzione di Currency Boards non rappresenta una soluzione della crisi finanziaria, nella misura in cui essa implica il mantenimento di un insieme di elementi tra loro incompatibili invece della loro eliminazione.)

Infine, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che nel caso dell'Asia non è possibile parlare di una crisi uniforme. Dopo tutto il Giappone fa fluttuare lo Yen e non sta attraversando una crisi valutaria (crisi di compatibilità) come gli altri paesi. Al contrario, il paese è nel pieno di una crisi bancaria interna causata dalla gigantesca bolla speculativa sviluppatasi in borsa e nel mercato immobiliare negli anni '80. Altri paesi come Tailandia, Corea del Sud, Malesia e Indonesia hanno adottato tassi di cambio fissi ma aggiustabili (pegged exchange rates) e sono andati incontro in primo lougo ad una crisi valutaria (crisi di compatibilità) che in seguito si è trasformata in una crisi bancaria interna. In Cina i movimenti di capitale non sono liberi ma tuttora sottoposti al controllo della burocrazia statale. Pertanto, la Cina non soffre i problemi di incompatibilità con cui devono fare i conti gli altri paesi asiatici. Ne consegue che la crisi asiatica non si propagherà alla Cina attraverso i mercati valutari.

3. Le conseguenze per Eurolandia

In questa situazione emergono chiaramente i vantaggi offerti dall'Unione Monetaria Europea. Una crisi valutaria del tipo di quella che osserviamo in Asia non sarebbe possibile in Europa nonostante la libertà di movimento dei capitali e il loro elevato grado di mobilità, finché vengono mantenuti tassi di cambio flessibili (fluttuanti) con le monete dei paesi terzi e in primo luogo con il dollaro USA.

Da quando i paesi membri hanno rinunciato a politiche monetarie indipendenti non esiste più la possibilità di un conflitto tra di esse, da cui possano nascere fughe di capitali e conseguenti crisi valutarie. La Banca Centrale Europea condurrà una politica monetaria comune e di conseguenza impedirà il sorgere di crisi valutarie tra i paesi membri.

In linea di principio, tuttavia, crisi bancarie come quella giapponese potrebbero capitare anche in Eurolandia. Inoltre anche in regime di cambi fluttuanti crisi finanziarie e bancarie potrebbero essere trasmesse per contagio psicologico dai paesi extra-europei. Si può perfino ipotizzare che un evento del genere si verifichi proprio nel momento in cui il Consiglio della Banca Centrale Europea (privo di esperienza nella gestione della politica monetaria comune) deve prendere le sue prime decisioni. Per una transizione ordinata al nuovo regime monetario europeo sarebbe stato preferibile che a livello internazionale esistessero condizioni migliori di quelle imposte dalla crisi asiatica

 

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