Anno Solare 2008

( Qumrarn ); Il Calendario di Gesù Cristo

Matteo. 10, 26-27. 26Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. 27Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.

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Codice: ZI07040510

Data pubblicazione: 2007-04-05

La Croce, centro della nuova Pasqua di Gesù, ricorda Benedetto XVI

Presiedendo la Messa “in coena Domini

CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 5 aprile 2007 (ZENIT.org).- Al centro della Pasqua nuova di Gesù c’è la Croce, ha affermato questo giovedì Benedetto XVI presiedendo, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, la concelebrazione della Santa Messa “in coena Domini”.

Nell’omelia della celebrazione, durante la quale ha compiuto il rito della lavanda dei piedi a dodici uomini, rappresentanti delle aggregazioni laicali della Diocesi di Roma, il Pontefice ha ricordato che la celebrazione della Pasqua di Israele era una festa di commemorazione, di ringraziamento e, allo stesso tempo, di speranza, al cui centro c’era l’agnello, simbolo della liberazione dalla schiavitù in Egitto.

Il ringraziamento e la benedizione di Dio raggiungevano il culmine nella berakha, in greco eulogia o eucaristia: “il benedire Dio diventa benedizione per coloro che benedicono. L’offerta donata a Dio ritorna benedetta all’uomo”.

“Tutto ciò ergeva un ponte dal passato al presente e verso il futuro: ancora non era compiuta la liberazione di Israele. Ancora la nazione soffriva come piccolo popolo nel campo delle tensioni tra le grandi potenze”; il “ricordarsi con gratitudine dell’agire di Dio nel passato diventava così al contempo supplica e speranza: Porta a compimento ciò che hai cominciato! Donaci la libertà definitiva!”

E’ questa cena “dai molteplici significati” che Gesù celebrò con i suoi la sera prima della sua Passione, ha osservato il Papa, ed è “in base a questo contesto dobbiamo comprendere la nuova Pasqua, che Egli ci ha donato nella Santa Eucaristia”.

Benedetto XVI ha quindi ricordato “un’apparente contraddizione” tra il Vangelo di Giovanni da un lato e gli altri tre dall’altro.

“Secondo Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli pasquali”, il che significa che “morì alla vigilia della Pasqua e quindi non poté personalmente celebrare la cena pasquale”.

Per i tre Vangeli sinottici, invece, “l’Ultima Cena di Gesù fu una cena pasquale, nella cui forma tradizionale Egli inserì la novità del dono del suo corpo e del suo sangue”.

La scoperta degli scritti di Qumran ha condotto a una “possibile soluzione convincente che, pur non essendo ancora accettata da tutti, possiede tuttavia un alto grado di probabilità”, ha rammentato il Papa: quanto è raccontato da Giovanni è storicamente preciso.

“Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli – ha osservato –. Egli però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio”.

In luogo dell’agnello, Gesù “ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue”.

Gesù stesso era “l’Agnello atteso, quello vero, come aveva preannunciato Giovanni Battista all’inizio del ministero pubblico di Gesù”, così come “è Egli stesso il vero tempio, il tempio vivente, nel quale abita Dio e nel quale noi possiamo incontrare Dio ed adorarlo”.

“Così al centro della Pasqua nuova di Gesù stava la Croce. Da essa veniva il dono nuovo portato da Lui. E così essa rimane sempre nella Santa Eucaristia, nella quale possiamo celebrare con gli Apostoli lungo il corso dei tempi la nuova Pasqua”.

“Dalla croce di Cristo viene il dono”, ha dichiarato il Vescovo di Roma.

L’haggadah pasquale, la commemorazione dell’agire salvifico di Dio, è diventata quindi “memoria della croce e risurrezione di Cristo – una memoria che non ricorda semplicemente il passato, ma ci attira entro la presenza dell’amore di Cristo”.

“E così la berakha, la preghiera di benedizione e ringraziamento di Israele, è diventata la nostra celebrazione eucaristica, in cui il Signore benedice i nostri doni – pane e vino – per donare in essi se stesso”, ha proseguito.

“Preghiamo il Signore di aiutarci a comprendere sempre più profondamente questo mistero meraviglioso, ad amarlo sempre di più e in esso amare sempre di più Lui stesso – ha concluso il Papa –. Preghiamolo di attirarci con la santa comunione sempre di più in se stesso. Preghiamolo di aiutarci a non trattenere la nostra vita per noi stessi, ma a donarla a Lui e così ad operare insieme con Lui, affinché gli uomini trovino la vita – la vita vera che può venire solo da Colui che è Egli stesso la Via, la Verità e la Vita”.

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