Apparizioni mariane

Le apparizioni nel tempo della Chiesa

Le apparizioni mariane non sono un’esclusiva del nostro tempo. Molti autori dell’antichità cristiana, tra cui anche Padri della Chiesa, hanno raccontato straordinarie apparizioni della Vergine. La prima notizia storicamente accertata risale a Gregorio Nisseno (+392) che narra un’apparizione di Maria a Gregorio Taumaturgo, avvenuta nel 231. Lo storico Sozomeno (+450), nella sua "Historia Ecclesiastica", afferma come le apparizioni della Madre di Dio a Costantinopoli fossero già comuni e come il gruppo guidato da Gregorio Nazianzeno, che si radunava spesso in una piccola casa, avesse cominciato a distinguersi da tutti gli altri anche a causa dei benefici derivati dalle sue apparizioni. Sulpicio Severo (+420/425) racconta un’apparizione di Maria a San Martino di Tour, Gregorio di Tour (+594) quella ad un architetto che stava costruendo un tempio in suo onore e Giovanni Mosco (+619), nel suo "Prato spirituale", descrive le apparizioni di Maria all’abate Ciriaco in difesa della fede contro l’eresia di Nestorio e al bestemmiatore Gaiano, per convertirlo. Di apparizioni scrivono ancora lo Pseudo Teofilo d’Alessandria nella sua "Omelia sulla fuga in Egitto" Beda il Venerabile, Giovanni Salerno nella "Vita sancti Odonis" e lo Pseudo Basilio di Cesarea (sec. VII) che racconta di aver visto la Vergine mentre si apprestava a dedicarle la prima chiesa di Filippi. Anche le remote origini di molti santuari dell’antichità o di templi famosi, si fanno risalire ad una apparizione della Vergine. Il santuario del Pilar a Saragozza, ad esempio, avrebbe avuto origine da un’apparizione a S. Giacomo Maggiore, evangelizzatore della Spagna, il 20 gennaio del 41 d. C. La grande basilica di Le Puy fu costruita per ricordare l’apparizione della Madre di Dio ad una donna di nome Villa, improvvisamente guarita da una grave malattia e la mirabile cattedrale di Chartres fu fatta edificare nel 1028 da S. Fulberto per un identico motivo.

Il secondo millennio è segnato da sempre più documentate apparizioni e da un loro crescendo impressionante, soprattutto a partire dal XIX secolo. Secondo dati forniti dal Billet in diverse ricerche, dall’inizio del XX secolo fino al 1990, si sono avute 527 tra apparizioni ed altri eventi prodigiosi mariani, in 70 nazioni. Due autori tedeschi, in un loro poderoso volume, elencano cronologicamente, dalle origini del Cristianesimo ad oggi, oltre un migliaio tra apparizioni e interventi straordinari della Vergine.

Ecco un quadro sinottico delle più importanti apparizioni mariane dal VII secolo ai nostri giorni, con indicazione dell’anno, della nazione, del luogo e una loro breve descrizione:

2. Natura delle apparizioni

2.1. Interpretazione e definizione teologica

Per indicare le apparizioni, si usano spesso in modo ambiguo e polivalente i termini "apparizione", "visione", "audizione", "rivelazione privata" ecc. E’ vero che le apparizioni, così come le visioni e le audizioni, appartengono all’ordine della comunicazione divina e dell’azione rivelatrice di Dio, dato che svelano alcuni aspetti del mistero divino, ma esse non si svolgono allo stesso modo. Relativamente alla "percezione" dell’oggetto soprannaturale, ad esempio, mentre il termine "visione" viene usato per descrivere in senso analogico esperienze sia corporali (percezione sensibile di una realtà oggettivamente invisibile all’uomo), sia immaginarie (percezione per via immaginativa di un oggetto esistente nel presente), sia intellettiva (conoscenza soprannaturale senza percezione di un oggetto), il termine "apparizione" può essere usato soltanto per le percezioni corporali e immaginarie ma non per quelle intellettive. Inoltre, mentre "apparizione" sottolinea il ruolo essenziale dell’oggetto che si manifesta (Cristo, Maria, un santo ecc.), "visione" evidenzia invece l’azione del veggente che percepisce la natura "invisibile" dell’oggetto soprannaturale. Ancora più evidente è la differenza tra "apparizione" e "audizione". Mentre, infatti, l’apparizione è la percezione di un oggetto soprannaturale, l’audizione è la percezione della parola rivelante la sua volontà. Soprattutto negli ultimi tempi, questi due fenomeni risultano intimamente connessi, nel senso che il veggente sempre più spesso, oltre a "vedere" l’oggetto soprannaturale, ne "ascolta" anche la parola per cui, non soltanto diventa il "rivelatore" dell’oggetto soprannaturale, ma anche il suo "messaggero".

La stessa terminologia usata per descrivere le apparizioni non è stata sempre omogenea nella storia della Chiesa. Il Concilio di Trento, ad esempio, scrive di esse come di "rivelazioni speciali", mentre Benedetto XIV preferisce chiamarle "rivelazioni private" per distinguerle nettamente dalla "Rivelazione pubblica" dalla quale essenzialmente differiscono. Non esiste nemmeno un’interpretazione univoca delle apparizioni, a causa dei presupposti culturali, ideologici e religiosi, con i quali esse vengono lette. Una buona sintesi delle varie posizioni ci è offerta dal De Fiores:

a) Oraison definisce le apparizioni un meccanismo allucinativo, cioè una percezione senza oggetto, per cui i veggenti sono dei visionari e le apparizioni una malattia psichica;

b) Holstein vede nell’apparizione un meccanismo di risposta a tre bisogni psicosociali: il bisogno di fatti contestabili, il bisogno di protezione e di emotività religiosa e il bisogno di sicurezza;

c) Drewermann pensa che le apparizioni siano la proiezione visiva di immagini ideali che provengono dallo stato profondo della psiche umana, per cui rientrano nel linguaggio simbolico e possono essere interpretati solo attraverso il rifacimento simbolico;

d) Vergote paragona le apparizioni ai sogni per cui esse sono una rappresentazione includente la sensazione della realtà, di immagini e modelli presenti nel ricordo e provenienti da potenti motivazioni affettive;

e) Dierkens considera le apparizioni non un fenomeno patologico o religioso, ma manifestazioni normali del vissuto creativo umano così come la creazione artistica o l’attività onirica.

Uno studioso che crede in Dio e nella possibilità che Egli possa rivelarsi nella storia, definisce l’apparizione come un’esperienza psichica nella quale "persone non percepibili dalle nostre facoltà visive e auditive, nonostante siano inaccessibili alla nostra esperienza umana, entrano sopranaturalmente nella sfera dei sensi". René Laurentin vede nell’apparizione "la manifestazione visibile di un essere, la cui vista in quel luogo o in quel momento, è inconsueta e impensabile, secondo l’ordine naturale delle cose". Stando a queste definizioni, l’apparizione risulta caratterizzata da due elementi: La "presenza" di una persona che si trova al di fuori della normale esperienza dei sensi e la "percezione" di questa presenza per via di conoscenza sensibile. Il veggente, che spesso cade in estasi, si estranea cioè dal mondo che lo circonda pur restando nel pieno possesso delle sue facoltà, è convinto di trovarsi in contatto diretto e immediato con l’essere che gli si è manifestato, il quale non si presenta come un’immagine statica, ma ha tutte le caratteristiche della tridimensionalità.

Va comunque ribadita una priorità e una differenza che connotano la dignità e verità tra una teofania di Rivelazione storico – salvifica e una manifestazione trascendente non riguardante l’essenza della fede: alla "Rivelazione pubblica" è dovuta l’obbedienza della fede; alle "rivelazioni private" va concessa l’adesione dipendente dalle prove arrecate e dall’esercizio del proprio senso critico.

2.2. Al confine tra realtà naturale e realtà soprannaturale

Secondo S. Tommaso, l’apparizione non comporterebbe nel luogo dove essa avviene, la presenza "reale" del corpo glorificato che può essere solo visto là dove esso definitivamente si trova, bensì la percezione da parte del veggente di una forma sensibile o luminosa che lo rappresenta, il che spiegherebbe, ad esempio, come Maria appaia ora in una forma e ora in un’altra. S. Teresa d’Avila a questo proposito scrive che Gesù, dopo essere salito al cielo, non è mai più disceso sulla terra per comunicarsi agli uomini, tranne nel SS. Sacramento. Partendo da quanto S. Tommaso e S. Teresa affermano, circa l'inamovibilità del corpo glorioso e volendo comprendere che cosa avviene in una apparizione, c'è da chiarire le nozioni di "luogo dell'apparizione" e di "luogo del Trascendente". Il "luogo dell'apparizione" è inteso  come un luogo naturale e inserito nella storia, distinto chiaramente dal "luogo del Trascendente" dove non vi è più storia, ma l'eternità e quindi si trova al di là delle nostre categorie di tempo e di spazio. Tuttavia anche il "luogo dell'apparizione", facente parte della realtà e della storia, si può ritenere anch'esso come "parte" dell'eternità di Dio, nel senso che tutta la realtà e tutta la storia, sono misteriosamente "vicine" a Lui che ne è l’autore e il Signore, da Lui dipendono, verso Lui si orientano. In questa prospettiva il "luogo del Trascendente", pensato da S. Tommaso, non è un "luogo" remoto alla nostra realtà, ma ci è così vicino che persino la nostra pelle è lontanissima dalle nostra ossa, messa a confronto con la "vicinanza" e presenza del Trascendente accanto a noi. Sia l’Antico che il Nuovo Testamento, sottolineano costantemente questa "vicinanza" attiva di Dio, il suo "stare presso", il suo "trovarsi vicino" all’uomo e ai "luoghi" della sua storia, come autore e operatore di salvezza. Lo stesso Corano rende potentemente l'idea dell'estrema "vicinanza" della realtà trascendente alla nostra realtà, affermando moltissime volte che essa è vicina agli uomini, conosce ciò che è avanti a loro, ciò che è dietro di loro, così vicina "come la carotide" al suo collo. Riconosciuta dunque l'estrema "vicinanza" del "luogo del Trascendente" al "luogo del tempo e della storia", c'è da chiedersi in che senso e in quale misura le creature ultraterrene, Gesù, Maria, Angeli e Santi che della Trascendenza fanno parte, sono "vicine" all'uomo, nel momento in cui si rendono visibili e in che modo il veggente percepisce e vive questa vicinanza. Si può pensare, escludendo la "discesa" del corpo glorioso, non necessaria data la vicinanza dei due "luoghi", ad una "attrazione" della persona umana in una situazione che lo rende capace di percepire in maniera "sensibile" la "presenza" del Trascendente, in ogni caso già vicino, situazione che può definirsi come una finestra aperta attraverso la quale l’essere umano, attratto, rapito o trasportato, può vedere, sentire, toccare "l'oggetto" trascendente e persino parlare con esso. Parafrasando l'affermazione di S. Tommaso e non contraddicendo al principio di "staticità" dei corpi gloriosi, si può affermare che non è tanto il Trascendente che si muove verso l'uomo, ma è il Trascendente che smuove e che rapisce l'uomo, rendendone visibile la sua "vicinanza". Rimane misterioso, anche per i veggenti, il dilemma di Paolo "rapito" al terzo cielo (2 Cor 12, 1-4): il contatto con il Trascendente avviene con il corpo o senza il corpo? L’Apostolo non seppe dare una risposta. Si può tuttavia affermare che, varcata la soglia della "finestra" verso la "realtà del Trascendente", il veggente è come se entri in un’altra dimensione: la sua sensazione del tempo risulta alterata, per cui al termine dell’apparizione non si rende conto di quanto essa sia durata; la sua percezione dello spazio viene ridotta al minimo indispensabile, per cui egli percepisce la presenza degli oggetti (la grotta, l’albero, la roccia ecc), come se fossero dei simboli che gli permettono di comprendere meglio quello che l’apparizione significa e il messaggio che trasmette; il suo corpo subisce delle alterazioni non solo psichiche ma anche fisiche che sfidano le leggi della realtà terrena; la percezione e il controllo del corpo stesso divengono anch’essi funzionali all’ apparizione, per cui egli, pur agendo nella massima libertà, compie le sue azioni come se fosse "guidato" o "aiutato" dal Trascendente.

Rimane insoluto anche il dilemma evangelico di Tommaso: che cosa ha realmente "toccato" del corpo glorioso di Gesù risorto? Il veggente crede di toccare o tocca il corpo glorioso? Quando tocca questo corpo è una sensibilizzazione psichico - intellettiva da parte del Trascendente o vi è un reale contatto? L'esperienza di alcuni veggenti, come Caterina Labouré ed altri contemporanei, conferma la tesi del reale contatto. L’avvicinarsi così "realmente" al Trascendente, varcando la soglia della "finestra aperta" di cui si parlava, rende infatti possibile al veggente di vedere, sentire e toccare tranquillamente l’oggetto trascendente, anche se in maniera imperfetta, perché non del tutto staccato dal suo corpo il quale, in qualche misura, interferisce con l'acquisizione pura e completa della realtà ultraterrena anche se, nello stesso momento, "traduce" sensibilmente i dati acquisiti in questa esperienza. In questo contatto con l’apparizione, bisogna distinguere tra "resistenza" e "sensazione tattile". L’oggetto che il veggente tocca è qualcosa che si oppone ad un movimento contrario, gli sembra di trovarsi, cioè, di fronte a qualcosa che oppone resistenza al suo movimento opposto, così come avviene in natura al contatto di due solidi. Nello stesso tempo egli trova problematico descrivere in termini comprensibili in che cosa consiste questa sensazione tattile, cioè dire con chiarezza che cosa tocca. L’oggetto toccato (il piede, la veste, le ginocchia, la mano dell’apparizione), gli sembra un qualcosa di estremamente fine, come un velo dalla trama soffice e delicata, come la superficie quieta dell’acqua, senza tuttavia la sensazione di calore, tepore o freddezza di essa. Insomma il veggente, mentre è sicuro di toccare qualcosa, resta incerto e titubante nel descrivere la natura di che cosa tocca.

Per concludere si può affermare che, data l’estrema e reale vicinanza esistente tra il "luogo dell’apparizione" e il "luogo del Trascendente", il veggente viene reso idoneo a percepire sensibilmente questa "vicinanza" e che il "luogo dell'apparizione" non è altro che il punto di incontro ravvicinato e privilegiato con il Trascendente, la finestra aperta attraverso la quale si concretizza la "visibilità" del soprannaturale, il "luogo" dove si assottiglia, fino a scomparire completamente il muro fluido ed esile che "separa" due realtà diverse, ma estremamente vicine nell’eternità di Dio.

3. Contenuto delle apparizioni

3.1. Aspetto visivo e messaggi delle apparizioni

L’aspetto visivo della Vergine nelle sue apparizioni viene adattato alla percezione dei veggenti e armonizzato, eventualmente, con il messaggio che essi ricevono. Esso rimane sempre misterioso e inesprimibile, come un qualcosa che, avvolto di eterna giovinezza e libertà, sfugge alla schiavitù del tempo e dello spazio e non si lascia sufficientemente descrivere dalle parole e dalle raffigurazioni dei veggenti.

Le apparizioni, di solito, sono finalizzate alla consegna di messaggi, attraverso i quali la Serva del Signore e Madre della Chiesa, spiega agli uomini la ricchezza spirituale di grazia della Parola sempre attuale, sempre salvifica, sempre viva di Dio. Infatti:

"i messaggi delle apparizioni, riguardano vari aspetti carenti della vita della Chiesa – la mancanza di preghiera, la trascuratezza della vita sacramentale e la freddezza dei cuori verso Dio - e nello stesso tempo affrontano i problemi più urgenti della società – le minacce gravi alla pace del mondo, la diffusione degli errori dell’ateismo e la perdita della coscienza del peccato -. Di conseguenza le apparizioni ci provocano a rivedere alla luce del Vangelo noi stessi, sia in quanto popolo in cammino verso il regno di Dio, sia in quanto cristiani realmente e intimamente solidali con l’umanità intera".

Essi sono dunque degli appelli interpellanti che scuotono dall’inezia di fede e muovono alla speranza, che richiamano alla conversione e alla vita evangelica, con l’intento di riportare Dio al centro della storia personale e collettiva e guidarla verso il suo vero fine escatologico.

4. Valutazione delle apparizioni

4.1. Povertà dello statuto delle apparizioni

In sintesi, osserva Suh,

"nella storia della Chiesa si sono spesso verificate rivelazioni private, legate a momenti particolari o difficili. Esse costituiscono una realtà importante della vita ecclesiale, nonostante le rivelazioni private non siano abitualmente prese in considerazione nei vari ambiti della teologia".

Paradossalmente le apparizioni hanno un'importanza materiale considerevole che interessa un ampio movimento di folla, ma lo statuto circa tale fenomeno è tra i più umili. La teologia, la storia e la legislazione della Chiesa - osserva Laurentin – diffidano di questo soprannaturale sensibile:

- la teologia biblica oppone la Parola di Dio all’intrusione delle rivelazioni private;

- la teologia dogmatica le considera degli accessori senza autorità;

- la teologia fondamentale non le enumera tra i luoghi teologici;

- la teologia morale le considera un campo ambiguo;

- la teologia mistica consiglia di guardarsi da attribuire ad esse molta importanza;

- la storia della Chiesa non le considera per nulla;

- il Diritto Canonico si è solo fermato alle precauzioni da prendere per limitare o reprimere questi fenomeni.

Ecco in breve l’iter del Magistero sulle apparizioni:

- Ad interessarsi per la prima volta delle apparizioni in modo organico fu il Concilio Lateranense V del 1516 che approvò misure restrittive riguardo ad apparizioni e rivelazioni, allo scopo di proteggere la Chiesa dalla proliferazione delle visioni in un’epoca oscura e di custodire l’autorità dei pastori, messa in discussione dai messaggi delle rivelazioni private;

- Il Concilio di Trento nel 1563 rinnovò il giudizio ristretto del Concilio Lateranense estendendolo anche alle immagini considerate "prodigiose";

- Papa Benedetto XIV, nel XVIII secolo, definì in maniera più formale lo statuto delle apparizioni relativizzando il loro valore e stabilendo la precisa funzione del Magistero della Chiesa in questo campo. Egli stabilisce due inequivocabili principi: a) l’autorizzazione data dalla Chiesa non è altro che il consenso affinché la rivelazione sia conosciuta per l’edificazione dei fedeli; b) alla rivelazione privata non può essere dato un assenso di fede cattolica, ma solo di fede umana;

- La posizione di Benedetto XIV non è sostanzialmente cambiata fino ai nostri giorni. Non esiste infatti una vera legislazione relativa alle apparizioni, perché non ne parla né il Codice di Diritto Canonico del 1917, né quello del 1983.

4.2. Prassi attuale di riconoscimento

Oggi, pertanto, si segue da parte dei vescovi e della Sede Apostolica una prassi legata alla consuetudine che consiglia, in caso di presa in considerazione delle apparizioni, di:

a) eseguire un esame completo ed accurato dei fatti;

b) appurare l'ortodossia, cioè la conformità dei messaggi all'insegnamento della Chiesa;

c) constatare la trasparenza degli eventi, per cui l'apparizione è un servizio reso alla Chiesa e non può causare protagonismo nei veggenti o la nascita di riti bizzarri;

d) esaminare se ci sono dei segni con i quali Dio conferma il suo operato;

e) accertare la salute mentale e la patologia dei veggenti attraverso una commissione di medici e psichiatri;

f) vedere se i veri frutti sono quelli della conversione e del ritorno a Dio;

g) riconoscere, a giudizio del Vescovo, la provenienza soprannaturale o meno dei fatti.

Quando la Chiesa approva le apparizioni è perché esse non contrastano la fede e la morale e manifestano indizi che permettono di aderirvi con un assenso non di fede ma umano, fondato su una personale valutazione critica. Se esse si allontanassero da Cristo e si presentassero come un migliore disegno di salvezza, diverso e più importante del Vangelo "norma normans" della fede, per cui la Chiesa si troverebbe nella impossibilità di autenticarle come "rivelazioni private", non vengono certamente dallo Spirito Santo e non sono opera di Dio. Non può essere escluso, tuttavia, che le apparizioni possano porre accenti nuovi e significativi nella lettura del Vangelo, approfondendone alcuni aspetti e facendone emergere di antichi.

Pertanto, a questo proposito, nel 1948 uno studioso osservava:

"Si deve ritenere assolutamente falsa ogni apparizione o visione che sia in opposizione evidente con la verità speculare della fede, che offenda la morale e la disciplina della Chiesa, che contenga una qualsiasi affermazione teorica o pratica contro la ragione, che vada apertamente contro il buon senso naturale e cristiano".

Si può concludere, quindi, con Suh che:

"dalla natura delle rivelazioni private, dal loro rapporto con la rivelazione pubblica e dal loro significato per la Chiesa, si possono ricavare i criteri per valutare l'autenticità di una presunta rivelazione. Ma, in ogni caso, l'esame di una rivelazione privata è un campo così delicato che non consente l'applicazione meccanica di alcuni criteri teoretici prestabiliti".

Il severo esame della Chiesa rimanda all'esortazione di Paolo: "Non spegnete lo Spirito. Non disprezzate le profezie: esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono" (1 Ts 5, 19-20), ma anche alla sua raccomandazione di stare in guardia contro la forza misteriosa del male in azione che causa, con la potenza di satana rivestito da angelo di luce (1 Cor 11,14), falsi profeti e falsi prodigi (2 Ts 2,7-10). Se è un diritto - dovere della Chiesa di esaminare con rigore la veridicità di una presunta rivelazione, è palese, tuttavia, l'urgenza di:

"rivedere e migliorare il processo circa le apparizioni e di rivalutare la responsabilità del popolo cristiano facendolo partecipe nel proprio livello e per quanto è possibile al discernimento critico delle apparizioni e aiutandolo poi a comprendere i motivi che hanno condotto alla decisione definitiva".

5. Significato delle apparizioni

5.1. La reale funzione delle apparizioni nella Chiesa

La funzione delle apparizioni, quindi, non è quella di sostituire o integrare la fede, ma di metterla in luce; esse sono dei segni profetici, cioè un mezzo, attraverso la cui mediazione sensibile viene messa in evidenza la realtà del soprannaturale in cui crediamo, viene sottolineato un aspetto particolare e spiritualmente significativo della rivelazione divina data dal Cristo e conclusa con la morte dell’ultimo apostolo; non sono una nuova rivelazione, ma una luce interpretativa di essa in senso carismatico, profetico e parenetico. Le "rivelazioni private" hanno un grande influsso nella vita dei credenti, per cui esse, osserva il Suh:

" non riguardano soltanto il singolo e la sua vita spirituale ma – benché siano "private" – si rivolgono, attraverso colui che immediatamente le riceve, alla Chiesa o a gran parte di essa. A differenza delle rivelazioni precristiane, le rivelazioni posteriori a Cristo hanno l’ecclesialità, nel senso che la loro essenza non si riferisce al contenuto oggettivo della fede ma al modo di agire e di comportarsi della Chiesa nella storia".

In questa prospettiva, le apparizioni di Maria, autenticate dal placet ecclesiale hanno, tra l’altro, questi significati:

a) fanno comprendere la funzione materna di Maria in continuità dinamica con la Rivelazione che ce la presenta accanto al Figlio nella realizzazione dell’opera salvifica degli uomini e in comunione con la fede della Chiesa che la considera suo modello, immagine escatologica e sua perfetta realizzazione e la crede e la invoca madre nell’ordine della grazia;

b) mostrano l’amore di Dio per noi, svelano cioè, attraverso la Madre, l’infinita bontà di Dio e la sua tenera attenzione verso il mondo, descritti spesso dalla Bibbia con i termini dell’amore materno;

c) sottolineano l’interessamento di Maria per le sorti della Chiesa e del mondo e la presentano come la Donna dell’Apocalisse che lotta contro il male e la disgregazione della società, per portare, all’interno di essa, la liberazione di Cristo, la pace e il trionfo della giustizia.

HOME-PAGE